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TEMPO E NECESSITA' DI MISERICORDIA di M. Corradi

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QUELL’ANSIA LUMINOSA.

Sommersi sempre da un fiume di parole. Dal primo radiogiornale del mattino alla televisione al web, camminiamo ogni giorno come dentro una selva di parole. Noi giornalisti, poi: con questo schermo davanti agli occhi su cui scorrono allineate falangi di parole, e quasi sempre parole di sconfitte, di violenze, di torti; oppure vacue e inutili e chiassose parole, che non dureranno un giorno. Dentro a questa selva ogni tanto però passano rare parole pesanti. Come facce care, tra una folla estranea e distratta.
Ciò che ha detto Benedetto XVI venerdì alla Penitenzieria apostolica, per esempio. Parlava ai confessori: conoscere e visitare l’abisso del cuore umano, ha detto, alimenta la certezza che «l’ultima parola sul male dell’uomo e sulla storia di Dio, è della sua misericordia, capace di fare nuove tutte le cose». Provate a rileggerla, questa frase breve come un dispaccio d’agenzia. Soppesatela: non è inchiostro, ma materia più densa e più antica. L’ultima parola sul male e sulla storia è la misericordia di Dio, che rinnova ogni cosa. Il Papa parla di ciò che avviene nella Penitenza, sacramento oggi desueto e quasi generalmente avversato già per il suo stesso nome. Penitenza? E di che? Noi rivendichiamo, protestiamo, accusiamo – preferibilmente, gli altri – ma quanto ci suona antiquato e sgradevole questo termine che indica un ripensamento su di sé, un’umiltà – un inginocchiarsi. Senonché in questa ostilità epidermica di mentichiamo l’altro lato, e il più grande, del sacramento. Che è la misericordia di Dio; che fa nuovi gli uomini e le loro anime lise.Questo aspetto ricreatore della misericordia, nell’oblio di molti e anche credenti, a leggerlo nel discorso del Papa si mostra come un motore potente e silenzioso della storia d’Occidente. Perché la storia degli uomini è stata segnata da ogni male: ferocia di assedi e guerre, persecuzioni, stupri. Noi non sappiamo che cosa c’è fra le pietre di ogni nostro augusto palazzo, e cosa hanno visto i selciati e i ponti delle strade millenarie. Ma se sapessimo, potremmo rimanere atterriti; e per reazione diventare disperati, oppure, più facilmente, cinici. Il fatto è però che sempre ha agito in fondo alla storia dell’Occidente cristiano quel motore occulto e forte: del domandare perdono a Dio, e averne la grazia di ricominciare. Sappiamo bene che molte delle nostre più splendide cattedrali sono sorte anche con donazioni di briganti e di ladri. Ma contemplando Chartres o la cattedrale di Strasburgo, e pensando che sono state fatte con le mani e con gli ori di poveracci come noi, sembra di vedere incisa nella pietra la misericordia di cui parla il Papa; misericordia che crea e rinnova ogni cosa. Che trae, afferma Tommaso, dal male un bene più grande. Quale grande motore abbiamo avuto, pos­sente, silenzioso, nelle fondamenta, mentre costruivamo la civiltà occidentale e le città che oggi ammiriamo stupiti, senza saperle rifare così belle. Questo tesoro avevamo: come la misericordia di una madre, come la forza di un padre che ogni volta ripete: non disperarti, io ti do la grazia di andare oltre. Ora che ci affermiamo invece creature autonome e senza bisogno di alcun padre, il grande motore gira piano. Gli manca quell’acqua cattiva, direbbe il poeta Charles Peguy, da cui trarne di pura, quell’acqua vecchia da cui trarne di giovane: l’acqua che trasformi le 'anime calanti' in 'anime sorgenti'.Sarebbe bello in questa Quaresima ritornare a fidarsi, semplicemente, di ciò che è promesso. Noi superinformati, noi complicati, noi orgogliosi e diffidenti: fidarci ancora, semplicemente.Basta guardarsi e vedersi, e riconoscere il nostro male, e chiedere perdono. Il resto è grazia, è la misericordia di un Dio che non ripaga secondo la nostra misura, ma ricrea. E sua è l’ultima parola sulla storia, non nostra, non atterrita dalla nostra miseria. Fidarsi ancora, bisognerebbe; e rimettere in moto quel possente motore che, in tutto il nostro male, ri costruisce ogni volta, e afferma un’ansia irriducibile di vita, di un destino buono.
MARINA CORRADI - Editoriale di Avvenire di domenica 27 marzo 2011