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GIORNO PER GIORNO riflessioni sugli ULTIMI GIORNI TERRENI DI GESU’ - 4 - di Santucc

ultima cena signorelliIL NASCONDIGLIO


da VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI? (una vita di Cristo - di Santucci    Ed. Oscar Mondadori)

"Prendete e mangiate: questo è il mio corpo..."

 Tutto, anche la consacrazione, era previsto e scritto, lo so. Ma c'è anche nell'uomo Cristo una psicologia emotiva e fantastica, che sorprese lui stesso, e che in quella libertà di improvvisazione va poi misticamente a coincidere con l'an­tichissima volontà del Padre. Allora io vedo i suoi occhi vagabondare, a questo punto, fra i rimasugli di pane sulla tovaglia, brillare d'un'ispirazione ineffabile: ecco, il suo na­scondiglio.

Là si andrà a rifugiare. Non lo prenderanno tutto, stanotte; crederanno di averlo preso, strappato ai suoi com­pagni, invece percuoteranno e crocifiggeranno un fantasma: lui si è rimpiattato in quel pane. Quasi come quando, in Galilea, allorché lo volevano catturare per ucciderlo o per farlo re, egli aveva l'arte di nascondersi e di sparire alla vista. Allunga allora la mano su quel pane già rotto, lo fran­tuma ancora e alzandolo nell'aria dice le parole del magico trapasso: « Questo è il mio corpo, il quale è stato dato per voi ».

... non è stato un fuggire dalle lance, no. Tutta la sua carne - non un fantasma - resta ai carnefici che la strazie­ranno fra poche ore. Ma il nascondiglio rimane vero; e in­ventandolo in quell'attimo egli lascia realmente ai suoi un Cristo che nessuno potrà mai scovare e strappar loro di mano. Lo mangino. Si facciano coi loro petti nascondiglio del nascondiglio. Poco fa Gesù ha lavato ad essi i piedi, si è contaminato con la loro corporeità più fangosa. Adesso vuo­1e fare di più: scenderà nelle loro gole, si mescolerà, sino a  trasformarsi, con le loro mucose, si scioglierà a poco a poco in tutte le loro fibre'.

C'è nell'eucaristia questo primo significato non mistico ma fisico, quasi l'aggrapparsi alla materia degli amici che re­steranno e vivranno. "Questo è il mio corpo" dice con una tenerezza che esalta prima di tutti lui stesso. Non "questo è il mio spirito" o il bene che vi porto"; di ciò forse non avrebbero saputo che farsene. Occorre a loro ch'egli riman­ga con l'unica cosa di noi che veramente conosciamo e cui attacchiamo il cuore e la memoria: il corpo; e che sia un corpo appetibile, gradevole e famigliare. Per questo ha cercato, su quell'ultima tovaglia, la cosa più facile, più quo­tidiana e più concreta: il pane. Per sfamare e per piacere. Soprattutto per restare. Cristo misura stasera, per noi tutti, i milioni di sere che ci separano dal ritrovarci faccia a fac­cia con lui, la lunghezza della separazione. Sa che basta­no pochi giorni agli uomini per dimenticare, che la lon­tananza tutto sgretola e inutilmente l'amante lascia cadere nella lettera che varcherà il mare la ciocca di capelli. Se Pietro stesso, e Giovanni e Andrea e Giacomo dimenti­cheranno, perché i loro figli e i figli dei loro nipoti non di­mentichino occorre che egli getti fra lui e me questo ster­minato ponte di pane. "Fate questo in mia memoria."

"... è sparso per voi..."

 Ma nel calice che alza subito dopo c'è un'altra cosa e un altro segno. Non più il trovare scampo all'indietro, quasi illeso, trafugato nell'involucro dei compagni. Quel vino è sangue; e sangue da solo, fuori dal proprio uomo, significaviolenza e tragedia. Per cavare il sangue occorreranno punte di ferro e odio, esploderà dalla carne il dolore, farfalla del dolore la morte, e tutto questo sarà appunto la passione. Si rimbalza al preciso valore di debito che va riscattato, mac­chia che bisogna lavare: « Questo è il calice del mio san­gue, sparso per voi in remissione dei peccati ».

Fra peccato e sangue, fra peccato e bere da quel bic­chiere noi non sappiamo scorgere un rapporto. Ma la sua raccomandazione è perentoria e accorata: « Bevete tutti ». Come se soltanto bevendo quel che sprizza dalle sue pia­ghe noi potessimo impedire che lui muoia dissanguato, che il prezioso liquido vada a perdersi per terra, fra le ortiche , e i sassi della strada. Come se inghiottendo quel succo spre­muto dal suo patire la vita la gioia il colorito delle guance tornassero nel mondo e la sua vita fra noi sulla terra, in­vece di chiudersi, ricominciasse in una dorata notte di Natale.

Tutti ne bevvero, scrive l'evangelista.

E si accorgono che la cena è veramente finita, perché quel vino non ha più sa­pore di vino.