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Da testimoni a missionari…ma sempre qui!

SABATO IN ORATORIO web

C’è un cortile in città, racchiuso tra un muro, una banca e una parrocchia. Due canestri usati più per arrampicarsi che per giocare a basket, le panchine usate per buttarci su le giacche per giocare liberi, le biciclette parcheggiate sperando che nessuno le rubi, la fontanella, le piante,

Noi siamo cresciuti lì: catechismo, scoutismo, feste di carnevale, domeniche mattina, sabati pomeriggio, compleanni, ma anche i sacramenti nostri, quelli dei nostri figli.

E’ lì che abbiamo conosciuto il Signore, abbiamo imparto ad amarlo, ed è lì che gli abbiamo dato un volto, sia chi è qui da sempre, sia chi è arrivato da adulto, o anche solo da ieri…

E’ qui che stiamo cercando di crescere i nostri figli ad una Chiesa che sia comunità, che sia relazioni, che sia casa, che sia capace di accogliere tutti.

L’anno scorso abbiamo camminato come piccolo gruppo sinodale, consegnando al Vescovo Roberto il nostro consiglio, il nostro sogno di una Chiesa intessuta su relazioni fraterne e non anonime ammettendo che nella nostra debolezza, riusciamo a dare amore laddove sentiamo che questo possa essere ricevuto e raccolto, dove sentiamo che sarà custodito, dove riconosciamo volti e persone. Per questo sogniamo una comunità abitata da persone che possiamo chiamare per nome. Vorremmo che ciascuno riuscisse a darsi e prendersi un ruolo, convinti che questo sia sempre possibile, e in questo modo che ciò che veramente annuncia, non sarà più solo una voce all’interno della comunità, ma la stessa testimonianza che la comunità stessa saprà dare, sia al suo interno che al suo esterno. Tutti i membri della comunità devono trovare spazio e ancoraggio nella comunità stessa, ma questo è possibile solo se la comunità si rende responsabile e se serve la fraternità, senza darla per scontata. Certo, le piccole comunità corrono il rischio della chiusura, ma vanno coltivate tutte le occasioni possibili per raggiungere chi sta sulla soglia, chi si affaccia a curiosare e vedere cosa accade. La mancanza di responsabilità dei laici uccide le comunità.

Abbiamo un po’ ritrovato il nostro sogno nella proposizione numero 10 di quelle approvate dall’assemblea sinodale.

L’abbiamo ritrovata arricchita dal contributo di altri sogni, che abbiamo subito fatto nostri: “le relazioni sono il luogo e lo stile dell’evangelizzazione” e più avanti “è il contagio delle relazioni che può formare un nucleo vivo”e ancora “tessere relazioni interpersonali è una vera e propria opera di evangelizzazione”.

Come genitori, abbiamo sempre cercato di servire la Parrocchia pensando a cosa servisse ai nostri figli e alle future generazioni, a quali servizi potessero servire a chi già frequentava, a come ascoltare chi già era al nostro fianco, ma adesso il passo che ci attende è quello di raggiungere chi è fuori dal cortile, chi si è allontanato o non si è mai avvicinato, senza farci intimorire dalla nostra debolezza, dalla nostra fragilità. Offrire quello che siamo, il nostro tempo, anche la nostra paura di essere chiusi su noi stessi, come un modo per vivere il vangelo in modo più simile ai primi cristiani, mettendo al centro la nostra vocazione missionaria attraverso la capacità di tutti i battezzati di costruire legami fraterni.

E’ nata in noi una nuova consapevolezza: quella che non dobbiamo “resistere” contro un mondo secolarizzato, ma dobbiamo attivarci perché siamo noi che abbiamo bisogno degli altri, e o lo facciamo noi, o non lo farà nessuno.

E’ un cambiamento che va osato, ma in realtà si tratterà di costruire una comunità sempre più umana, ma con uno spirito consapevole.

Per partire, ci siamo dati un primo obiettivo: ogni sabato, dopo il catechismo, teniamo aperto l’oratorio, in modo che quel cortile dove noi abbiamo incontrato il volto di Gesù sia il luogo dove anche altri bimbi, altri genitori e altri nonni possano incontrare una Chiesa in dialogo con tutta l’umanità, che non si ferma per le sue debolezze, ma che le offre, a Dio e al mondo, come ponti, da poveri verso altri poveri, da uomini verso altri uomini, da fratelli verso altri fratelli.

Perché già da oggi, la nostra testimonianza non basta più. Occorre essere missionari, senza partire, senza salpare, anche restando in cortile, girando solo le spalle e lo sguardo, guardando prima fuori e solo poi dentro, avvicinando prima col cuore e poi con la voce.

Missionari in terre conosciute. Testimoni per i nostri figli, Missionari per i nostri fratelli.

La Chiesa non si aspetta, si fa. Adesso. Vi aspettiamo in Ognissanti!

ADELAIDE E GIAMPAOLO, PICCOLI NOSTRI FRATELLI, BENVENUTI !

Adelaide e giampaolo

Nel breve filmato alcuni momenti significativi del rito del Battesimo  nella domenica di Pentecoste

II Battesimo «è il più bello e magnifico dei doni di Dio. [...] Lo chiamiamo dono, grazia, unzione, illuminazione, veste d’immortalità, lavacro di rigenerazione, sigillo, e tutto ciò che vi è di più prezioso. Dono, poiché è dato a coloro che non portano nulla; grazia, perché viene elargito anche ai colpevoli; Battesimo, perché il peccato viene seppellito nell’acqua; unzione, perché è sacro e regale (tali sono coloro che vengono unti); illuminazione, perché è luce sfolgorante; veste, perché copre la nostra vergogna; lavacro, perché ci lava; sigillo, perché ci custodisce ed è il segno della signoria di Dio».

 Fonte: Catechismo della Chiesa Cattolica.

Cena Ebraica - Gruppo famiglie

Come ormai da tradizione, ieri, domenica delle Palme, i due gruppi famiglia di Ognissanti hanno ricordato la Cena Ebraica. Nel cortile della parrocchia sotto il primo sole primaverile una trentina di adulti e forse ancor più giovani e bambini hanno cantato, pregato e infine pranzato ricordando le origini della nostra fede! E giovedì tocca al resto della comunità.

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