Menu
A+ A A-
Deprecated: Non-static method JSite::getMenu() should not be called statically, assuming $this from incompatible context in /home/un8l0w8c/domains/ognissantisanbarnaba.it/public_html/2/templates/gk_news/lib/framework/helper.layout.php on line 181 Deprecated: Non-static method JApplication::getMenu() should not be called statically, assuming $this from incompatible context in /home/un8l0w8c/domains/ognissantisanbarnaba.it/public_html/2/includes/application.php on line 536

CONOSCIAMO ... L'ERITREA : IL PAESE CON MENO LIBERTA' AL MONDO

       Interessante articolo di                                      Enrico Casale     in     Approfondimenti e analisi a cura dell'Agenzia Fides

- Le Nazioni Unite dipingono un paese in crisi, in cui non esistono istituzioni e processi democratici, la libertà di stampa è inesistente, il servizio militare è a tempo indeterminato e i rapporti con tutte le nazioni vicine sono pessimi. Anche le comunità religiose soffrono


«L’Eritrea è il paese con meno libertà al mondo». Ad affermarlo non è un oppositore del presidente Isayas Afeworki e neanche una dichiarazione dell’odiato governo etiope, bensì un documento ufficiale delle Nazioni Unite. Il rapporto, frutto del lavoro di una Commissione d’inchiesta sui diritti umani che ha preso in esame le testimonianze di 550 eritrei e ha visionato 160 scritti (ma alla quale è stato impedito di entrare nello Stato), accusa il governo eritreo di «sistematiche, diffuse e gravi violazioni dei diritti umani», tra le quali torture, violenze sessuali, sparizioni e lavori forzati. L’Eritrea è dipinta come una «Corea del Nord africana» nella quale non esistono istituzioni e processi democratici, la libertà di stampa è inesistente, il servizio militare è a tempo indeterminato e i rapporti con tutte le nazioni vicine sono pessimi.


Alle radici della crisi

Ma come si è arrivati a questa situazione? La situazione attuale affonda le radici nella storia del Paese. Ex colonia italiana, l’Eritrea, dopo il periodo di protettorato britannico (1941-1952), viene prima federata e poi annessa alla vicina Etiopia (allora retta dal negus Hailè Selassiè). A partire dagli anni Sessanta, gli eritrei, sempre più insofferenti al controllo etiope, danno il via a una trentennale guerra di indipendenza. Lo spirito nazionale si forgia in questa lotta. Lo sforzo dei miliziani che combattono sul campo si unisce a quello degli eritrei della diaspora che raccolgono i fondi e lavorano per trovare il sostegno internazionale. Tra i vari movimenti, negli anni Settanta emerge il Fronte di liberazione del popolo eritreo (Eplf). Il suo leader, Isayas Afeworki, assume una linea marxista, ma indipendente dal blocco sovietico che, in quegli anni, sostiene l’Etiopia (nel frattempo l’impero negussita è caduto e, al suo posto, è nata una repubblica popolare). La guerra continua fino al 1991 quando Mengistu Hailè Mariam, il leader etiope, si dimette e fugge. L’Eplf, alleato con una frangia della resistenza etiope, prende il controllo del territorio e nel 1993, grazie a un referendum, svoltosi sotto l’egida dell’Onu, l’Eritrea diventa indipendente.

«Quando l’Eritrea è diventata indipendente - ricorda un italiano che dagli anni Sessanta ha sostenuto i ribelli eritrei - pensavamo si trasformasse in un nuovo Sudafrica e che Isayas Afeworki diventasse il suo Nelson Mandela. Mai ci siamo sbagliati di tanto». Nei primi anni, l’Eritrea è pervasa da grande entusiasmo. Molti eritrei della diaspora tornano in patria per investire in attività e vivere nel loro Paese. L’Eplf, movimento guerrigliero, si trasforma in Fronte popolare per la democrazia e la giustizia (Pfdj) e si istituzionalizza. Si inizia a parlare di democrazia e di una nuova Costituzione. In effetti, una Carta costituzionale vede la luce nel 1997, ma non entra in vigore. Anche perché sul Paese soffiano i venti di guerra. Etiopia ed Eritrea, riappacificate dopo l’indipendenza di Asmara e la salita al potere ad Addis Abeba di un governo a maggioranza tigrina, tornano a guardarsi in cagnesco.

Nuove tensioni

Le tensioni nascono per un mancato accordo commerciale. Basta poi una disputa di confine per accendere il conflitto. Lo scontro dura dal 1998 al 2000. Rimangono sul terreno 150mila soldati eritrei ed etiopi. La soluzione della disputa di confine è assegnata a una commissione indipendente dell’Onu. La Eritrea-Ethiopia Boundary Commission termina la sua indagine nel 2002, stabilendo che la città contesa di Badme appartiene all’Eritrea. Tuttavia il governo etiope non ha mai ritirato il suo esercito dalla città. La tensione tra i due Paesi rimane quindi alta e non scema neanche negli anni successivi.

Il clima pesante con l’Etiopia è funzionale al potere di Isayas. Il presidente, invocando l’accerchiamento da parte di potenze ostili e l’impossibilità di introdurre un sistema democratico, stringe sempre di più le maglie della repressione nei confronti di chi critica il regime. Nel 2001 un gruppo di 15 membri del Pfdj gli invia una lettera nella quale chiede riforme democratiche, l’applicazione della Costituzione ed elezioni. La lettera ha eco sui media nazionali e internazionali. Isayas risponde duramente. Undici dei 15 vengono arrestati, tre si mettono in salvo all’estero e uno ritratta. Degli undici arrestati non si saprà più nulla. In assenza di una Costituzione, il sistema istituzionale si frantuma. Il potere giudiziario viene affidato a giudici militari nella sua branca penale e a corti comunitarie nel suo ramo civile. Entrambi però rimangono sotto il rigido controllo governativo. I nuovi codici penale e civile non vengono applicati. Il parlamento, monopolizzato dal Pfdj, non funziona. I media, pilastro di qualsiasi democrazia, sono chiusi. Oggi non esistono media privati in Eritrea e gli unici mezzi di comunicazione esistenti sono sotto il controllo del partito politico dominante. La repressione si fa durissima.

I problemi per le comunità religiose

Anche le diverse confessioni religiose subiscono una crescente interferenza nelle proprie attività da parte dell’autorità politica. Ufficialmente, l’Eritrea è uno Stato laico nel quale la pratica religiosa è una questione lasciata alla coscienza individuale. In realtà, fin dalla fondazione, l’Eplf e poi il Pfdj sono dominati da leader cristiani ortodossi che hanno sempre rapporti poco cordiali con la componente musulmana. Così, fin dai primi giorni dopo l’indipendenza, molti musulmani sono arrestati con l’accusa di essere jihadisti che mettono in pericolo la sicurezza del Paese. Negli anni, sono poi incarcerati anche numerosi imam e leader delle comunità islamiche, colpevoli di aver criticato il governo. La stessa sorte tocca ai Testimoni di Geova e alle comunità pentecostali. Nel 2002, tutte le confessioni religiose sono bandite a eccezione dell’Islam sunnita, della Chiesa cattolica, di quella ortodossa e quella luterana. Ma anche la Chiesa ortodossa subisce dure pressioni. Nel 2007 il patriarca abuna Antonios è costretto a dimettersi ed è posto agli arresti domiciliari per le sue critiche al regime.

Solo la Chiesa cattolica riesce a mantenere un ruolo di autonomia. Nel 2014 i quattro vescovi pubblicano una Lettera pastorale nella quale denunciano lo stato critico della società, causa prima della fuga dei giovani dal Paese. Nel documento, i vescovi elencano i gravi problemi che devono affrontare gli eritrei, in primo luogo la frammentazione delle famiglie, i cui membri sono dispersi a causa del lungo servizio militare, o perché rinchiusi in prigione. Di conseguenza le persone anziane sono abbandonate a loro stesse. «Tutto questo crea un paese desolato», denuncia la lettera pastorale.

Un paese isolato

Il servizio militare di leva è il tributo che il paese deve pagare alla politica estera aggressiva del governo di Asmara. Dagli anni Duemila, tutti i giovani a 17 anni interrompono gli studi e sono arruolati per una ferma «a tempo indeterminato». Nei centri di addestramento domina la violenza da parte degli ufficiali. La maggior parte dei giovani viene costretta a lavori di corvée nelle tenute dei generali o di manutenzione delle strutture pubbliche. Di fronte a questa situazione, i ragazzi cercano di fuggire. Molti di essi, si affidano alle reti di trafficanti in combutta con ufficiali (specie i generali) corrotti. Statistiche delle organizzazioni internazionali parlano di 2-3mila ragazzi che lasciano l’Eritrea ogni mese. Forse sono dati sovrastimati, ma è certo che il flusso di ragazzi è continuo.

L’Eritrea è un Paese isolato. Dal 2006, gli Stati Uniti impongono sanzioni su Asmara per l’appoggio che questa avrebbe fornito alle milizie somale al Shabaab. Con l’Etiopia continuano le tensioni che, sporadicamente, sfociano in scontri armati. La breve guerra con Gibuti nel 2013 crea tensione anche con il piccolo Stato. Tensione che non è ancora svanita. Per uscire da questo isolamento, l’Eritrea aderisce alla coalizione saudita che combatte in Yemen contro i ribelli houti. Asmara concede i propri porti come basi logistiche per le navi dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. Nel 2014 accetta poi di partecipare agli incontri di Karthoum nei quali l’Unione europea chiede ai paesi dell’Africa orientale di contenere i flussi dei migranti in cambio di aiuti finanziari. Nonostante ciò il Paese rimane chiuso a ogni influenza esterna. Tanto da negare l’accesso agli aiuti internazionali in occasione della recente siccità. Quale sarà il suo futuro? Difficile dirlo. Il rischio è che lo Stato imploda, lasciando ai propri cittadini solo le macerie di un sogno.