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RIFLESSIONE SULLA LETTERA DI SAN PAOLO AI ROMANI CAP.8, 1-39

Angelidi Tiziana Bacchi per l'incontro di spiritualità dei lettori di Ognissanti (14/05/2018)

Lettura della “Lettera di San Paolo Apostolo ai Romani “ -Cap 8

Isaia 61

61,1 Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri,

61,2 a promulgare l’anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio,

per consolare tutti gli afflitti.

61,3 per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto. Essi si chiameranno querce di giustizia, piantagione del Signore, per manifestare la sua gloria.

61,4 Riedificheranno le rovine antiche, ricostruiranno i vecchi ruderi, restaureranno le città

desolate, i luoghi devastati dalle generazioni passate.

61,5 Ci saranno estranei a pascere le vostre greggi e figli di stranieri saranno vostri contadini e vignaioli.

61,6 Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti. Vi nutrirete delle ricchezze delle nazioni, vi vanterete dei loro beni.

61,7 Invece della loro vergogna riceveranno il doppio, invece dell’insulto avranno in sorte grida di gioia; per questo erediteranno il doppio nella loro terra, avranno una gioia eterna.

61,8 Perché io sono il Signore che amo il diritto e odio la rapina e l’ingiustizia: io darò loro

fedelmente il salario, concluderò con loro un’alleanza eterna.

61,9 Sarà famosa tra le genti la loro stirpe, la loro discendenza in mezzo ai popoli, Colo che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore.

61,10 Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ah rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli.

61,11 Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti.

Alcune premesse

“Come parlare dello Spirito Santo senza imprigionarlo nelle nostre povere parole? Gesù ha detto di lui: “il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va” (GV 3,8). Dello Spirito dunque il cristiano può fare esperienza, ma se tenta di parlarne le parole vengono meno. Tuttavia è necessario riconoscerlo in ciascuno di noi, nella chiesa, nell’umanità, nella storia, perché è lui lo Spirito creatore, lo Spirito di profezia che conduce al discernimento della parola di Dio nella parola umana, lo Spirito di Resurrezione che sempre sprigiona energie capaci di vincere il potere della morte” (Enzo Bianchi)

1) Il linguaggio paolino: San Paolo usa molte antitesi, opposizioni. Nei suoi discorsi evidenzia continue dicotomie: bene – male; carne – spirito; “faccio non quello che voglio, ma quello che detesto” (Rm 7,15); “in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rm7,18) .

Come nel canto di Isaia, anche questi brevi riferimenti ci aiutano a capire che lo Spirito ribalta le situazioni e crea nuove occasioni di vita.

2) Il cap 7 della Lettera ai Romani aveva proposto l’immagine dell’uomo in continua lotta con il peccato e con la Legge. Solo l’approdo a Cristo consente un superamento dello smarrimento. Infatti, lontano da Lui, l’uomo non trova più la sua strada, dominato com’è dalla carne che atrofizza le aspirazioni dell’anima: è questa la conclusione del capitolo.

VV1-4: l’opera dello Spirito

1Ora, dunque, non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. 2Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte. 3Infatti ciò che era impossibile alla Legge, resa impotente a causa della carne, Dio lo ha reso possibile: mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, 4perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito.

L’inizio del capitolo 8 è rassicurante: “quelli che sono in Cristo Gesù” non possono subire alcuna condanna, perché Dio ha reso possibile quello che era impossibile alla Legge, mandando il proprio Figlio Gesù. La Legge è giusta ma è resa impotente dalla carne, cioè da una natura umana ripiegata su stessa e sul proprio egoismo, capace di peccato. Gesù ha preso su di sé questa carne e, in croce, ha inchiodato il peccato, ha sconfitto il principe di questo mondo e annullato il suo dominio e quello della morte. La natura umana, schiacciata dalla debolezza, dalla fragilità e dall’incapacità di uscire dal dominio del peccato è resa libera, è ricondotta alla sintonia con Dio, ad una condizione di vita dimensionata all’amore di Dio. Questa nuova realtà è grazia e dono dello Spirito di Dio.

VV. 5-13: La vittoria sulla “carne”

5Quelli infatti che vivono secondo la carne, tendono verso ciò che è carnale; quelli invece che vivono secondo lo Spirito, tendono verso ciò che è spirituale. 6Ora, la carne tende alla morte, mentre lo Spirito tende alla vita e alla pace. 7Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe. 8Quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. 9Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. 10Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. 11E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.12 Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, 13perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete.

Ci sono due campi esistenziali opposti, ciascuno con i propri orientamenti e le proprie dinamiche. Da una parte ci sono “quelli che vivono secondo la carne”: assecondano gli istinti carnali, sono chiusi nel proprio egoismo, sono incapaci di orientarsi all’altro e di assumere atteggiamenti di amore fraterno, sono ostili a Dio. È evidente la caratterizzazione della chiusura, del ripiegamento, dell’atrofizzazione.

Dall’altra parte ci sono “quelli che vivono secondo lo Spirito”. Lo Spirito tende alla vita, alla pace, alla giustizia. Lo Spirito fa risorgere, fa rinascere. È evidente la caratterizzazione dell’apertura, del movimento, del superamento dei limiti e degli impedimenti. Lo Spirito è in azione, apre prospettive di vita, è liberatorio. Supera gli egoismi, rende capaci di orientarsi a Dio e agli altri con amore e rispetto. Lo Spirito, che “abita” nel credente, crea una mentalità nuova, un’apertura continua alla vita. È uno Spirito che abita. Abitare: avere dimora, risiedere. Abitare indica una familiarità, una prossimità, ma anche uno stare vivo. È lo Spirito che ci abita, è Dio che abita la casa che siamo. L’iniziativa è sua. Tante volte il credente pensa di doverlo cercare, crede che dipenda da se stesso il trovare Dio, ma al contrario è Dio che si fa spazio in lui. Lo Spirito è un dono, una grazia, è lo spazio, il respiro di Dio in noi e ci protende alla dimensione eterna, completa e salvata

della vita.

VV. 14-30 Lo Spirito rende figli di Dio

14Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. 15E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». 16Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. 17E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

18Ritengo infatti che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi. 19L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. 20La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza 21che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. 22Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto

fino ad oggi.

23Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. 24Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora, ciò che si spera, se è visto, non è più oggetto di speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe sperarlo? 25Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza.

26Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; 27e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

28Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno. 29Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; 30quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati.

La dimensione eterna, completa e salvata della vita è la prospettiva dei credenti, riconosciuti da Paolo come figli di Dio. I cristiani, per Paolo, sono “guidati dallo Spirito di Dio”, che li fa camminare dalla schiavitù alla libertà, dal peccato alla grazia, dalla morte alla vita. Sono Figli di Dio, eredi di Dio, coeredi di Cristo. Il fatto che si dica che sono figli adottivi non sminuisce il valore dell’essere figli, piuttosto ne evidenzia la gratuità, sottolineata dal fatto che sono eredi. L’erede è legittimato a ricevere un patrimonio, è riconosciuto investito di un’appartenenza, l’erede di Dio è nella condizione di familiarità, di comunione con Dio e con Cristo. È un pensiero che provoca una vertigine. Non so se riusciamo, non dico a comprenderlo, ma anche solo ad immaginare una condizione del genere. Ecco siamo eredi della dimensione eterna, completa e salvata della vita. La

vita umana, per un cristiano, va ben oltre la dimensione carnale, è protesa verso un oltre di eternità che la rende incantevole. Non so se sappiamo incantarci di fronte alla nostra vita. Il nostro tempo ci insegna ad essere piuttosto disincantati, incapaci di stupore tanto da renderci spesso insensibili e indifferenti a tante situazioni di vita, soprattutto a quelle più dolorose, a quelle più abbruttite dalla sofferenza e dalle umiliazioni, a quelle che non propongono esteriormente le immagini edulcorate che oggi indentifichiamo superficialmente con la bellezza del vivere. La dimensione affascinante della vita, mai spenta neppure nelle condizioni più misere, va continuamente scrutata, osservata, tutelata, garantita, perché è anticipazione della gloria a cui l’umanità è orientata.

La condizione di erede di Dio e di coerede di Cristo rende partecipi della Resurrezione, esito finale del cammino guidato dallo Spirito e segnato dalla sofferenza. Il dolore e la sofferenza sono stati anche la strada percorsa da Gesù, sceso fino al fondo della realtà senza speranza, la croce. Il dolore e la sofferenza attraversano anche tutta la creazione, prossima ad un parto, alla nascita di un nuovo mondo. Questa sofferenza e questo dolore sono cosmici, attraversano ogni forma di vita e assumono la connotazione di una tensione, non sono fini a se stessi. “Ardente aspettativa della creazione … protesa” (v19) – “la creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (v21) – “anche noi…gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (v23). Queste frasi esprimono la tensione cosmica di tutto il mondo e della vita orientata a Dio. Speranza, attesa, prospettiva accompagnano il dolore e la sofferenza e insieme diventano voce, gemito. Dolore e speranza diventano gemito che ha una triplice risonanza: geme la creazione (vv19-22), gemono i cristiani (vv23-25), geme lo stesso Spirito di Dio (vv26-27).

Geme la creazione: la creazione, che è nella condizione della caducità e della corruzione, attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. C’è una relazione profonda tra l’uomo e la creazione. L’uomo è componente di questa creazione, le appartiene. La vita dell’uomo riguarda la creazione stessa, l’uomo non vive al di fuori di essa o indipendentemente da essa, né d’altra parte la vita delle creature è estranea a quella umana. Così la salvezza dell’uomo ha anche una dimensione cosmica, abbraccia anche tutta la creazione.

La creazione è soggetta alla caducità e alla corruzione, da cui sarà liberata. Caducità e corruzione, secondo Paolo, appartengono alla creazione non per caso, non per una legge intrinseca ma per una volontà e una responsabilità. L’uomo ha questa responsabilità, come risulta dal cap 1,22-25.

Gli uomini sono stati stolti, non hanno capito il senso della creazione e della propria relazione con essa. Con il peccato ogni relazione umana è stata sconvolta, ha subito una deviazione dall’orientamento e dal senso che Dio aveva dato. Anche la relazione dell’uomo con la creazione è stata alterata e la creazione è stata violentata, ridotta a cosa, è stata paganamente piegata alla volontà umana, è stata disonorata. La creazione non è più stata rivelazione della volontà divina, di un’armonia cosmica. A questa l’uomo ha opposto la propria stoltezza, la menzogna e l’impurità, rendendo caduca e corrotta la natura (cfr cap 1). La creazione “non sta al gioco” dell’uomo, soffre, geme, anela alla libertà. Questo anelito è il suo gemito.

Gemono i cristiani: i cristiani, che godono delle primizie dello Spirito, ad-tendono, tendono verso la redenzione. Vivono nella speranza, che è un’attesa perseverante, capace di slancio verso orizzonti non ancora presenti e constatabili, ma percepiti come possibili. Qui ci aiutano “le primizie dello Spirito”. Lo Spirito orienta l’anima del cristiano a questa speranza, rendendola capace di percepire come figurabile e realizzabile, in una sorta di anticipazione, la salvezza. Il gemito dei cristiani è la loro speranza.

Geme lo Spirito di Dio: il gemito dello Spirito di Dio è la preghiera. Lo spirito guida la nostra preghiera, Dio ci fa pregare secondo le nostre necessità, conosce ciò per cui è necessario che preghiamo. L’iniziativa della preghiera non è nostra, non siamo noi che preghiamo Dio, non siamo noi il soggetto della preghiera, è lo Spirito che orienta la preghiera perché noi diventiamo capaci di assecondarlo nelle nostre necessità. Nella preghiera non siamo noi che chiediamo a Dio di fare qualcosa per noi, è Dio che, proprio con la preghiera, ci rende consapevoli di ciò di cui siamo capaci nel suo Spirito. La preghiera è anticipazione in noi dei doni che Dio può riservarci. La preghiera è primizia dello Spirito in noi e apre prospettive di bene: “tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio”. Il “concorso al bene” è orientato al disegno di Dio, che è salvezza per gli uomini. Questo disegno ha contorni chiari e definiti: la conoscenza di Dio (l’uomo nasce non dal

nulla o dal caso, ma dalla conoscenza di Dio, dalla sua verità, dalla sua sapienza)– la

predestinazione ad essere figli di Dio (Dio ha voluto e vuole che l’uomo esista, viva, sia e stia in una prospettiva di salvezza) -la chiamata di Dio (Dio chiama l’uomo, lo vuole partecipe e responsabile della propria vita nella prospettiva della salvezza; pur guidandolo e orientandolo gli chiede un’assunzione di responsabilità in ordine alla propria vita)– la giustificazione da parte di Dio (Dio rende l’uomo ‘giusto’ in rapporto al disegno di salvezza -pensiamo ad alcuni passaggi della sequenza allo Spirito Santo in cui possiamo trovare indicate le azioni dello Spirito in funzione della nostra giustificazione: “Senza la tua forza nulla è nell'uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato” Lo Spirito corregge continuamente i nostri errori, viene costantemente in soccorso alla nostra debolezza, ci riorienta – la glorificazione ad opera di Dio (Dio riconosce che gli uomini sono degni di gloria. Celebra, magnifica l’uomo – Ritorna un senso di

vertigine).

VV 31-39-Inno all’amore di Dio e di Cristo

31Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? 32Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? 33Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! 34Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi! 35Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame,

la nudità, il pericolo, la spada? 36Come sta scritto: Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo considerati come pecore da macello.

37Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. 38Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, 39né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

“Che diremo dunque di queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” Non si può che essere stupiti, ammirati di fronte al disegno di Dio e all’azione del suo Spirito.

Paolo, in chiusura del capitolo 8, continua a rassicurarci e propone una serie di domande retoriche che evidenziano l’inequivocabilità dell’azione dello Spirito. Nulla è impossibile a Dio, nulla può impedire che il disegno di salvezza si realizzi, nulla può separarci dall’amore di Dio. Paolo fa un lungo elenco delle paure dell’uomo: la fatica, l’angoscia, la persecuzione, la povertà, il pericolo, la violenza attentano quotidianamente alla fede dell’uomo in Dio e alla stessa fiducia dell’uomo in se stesso. Ma lo Spirito – come dice Paolo -lo soccorre costantemente, con il risultato che nulla potrà mai separarlo dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

Conclusione

“Il suo volto era perfetto ma non sdolcinato:

come ebreo aveva un volto severo e pensava

solo le cose di Dio, ma pensava anche al gelo

che gli uomini avevano nel cuore, e il suo

amore fu come una fiamma che sciolse

tutti i ghiacciai dell’universo.”

(Alda Merini, Corpo d’amore – Un incontro con Gesù)