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DAI NOSTRI MISSIONARI IN ETIOPIA DON MATTEO ED ELISABETTA

Sviluppi e prospettive della presenza missionaria mantovana in Etiopia

Quasi un anno fa, da queste stesse pagine della Cittadella, avevamo presentato il resoconto di alcuni progetti realizzati, a Lare e in Sud Sudan, con la speranza che la situazione potesse evolversi positivamente nella direzione della pace.

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Purtroppo così non è stato. I l nostro rientro a Lare, nei primi giorni dell'agosto 2017, ha coinciso con l'aggravarsi della situazione al confine.

Le forze armate governative dell'esercito di Juba hanno conquistato Pagak, che è in territorio sud sudanese ma appena oltre i l confine, a 10 km dalla nostra missione. Per molti Pagak è solo un nome, ma per noi che fino a un mese prima vi avevamo passato molte giornate, incontrato persone e realizzato progetti, è stata una sensazione spiacevole e surreale scoprire che improvvisamente quel luogo era diventato inaccessibile e, dalle notizie frammentarie che potevamo raccogliere, un campo di battaglia ormai disabitato. Noi non ci siamo mai sentiti in pericolo direttamente, ma svegliandoci all'alba con gli scoppi delle bombe e il rumore dei combattimenti, abbiamo potuto immaginare cosa questo significasse per le persone che prima vivevano là. Pagak era la roccaforte delle forze di opposizione di Riek Machar; là si erano concentrati i nostri progetti di scavo di nuovi pozzi, di riparazione di vecchie pompe di acqua e di aiuto alle vedove di guerra.

       Nei giorni precedenti gli scontri, tutta la popolazione civile è fuggita in Etiopia attraversando il confine con il bestiame e con le poche cose in suo possesso, rifugiandosi presso i villaggi di etnia nuer nei dintorni di Lare o accampandosi lungo la strada. E' stato un momento davvero triste e difficile, perché si trattava soprattutto di donne, bambini e anziani. Tra l'altro si era nel pieno della stagione umida, quando le piogge continuano per giornate intere; potete immaginare le condizioni di varie migliaia di persone, nel fango o sulla strada, i più fortunati a ripararsi con un brandello di telo di plastica. Dopo varie settimane, hanno potuto finalmente essere registrati e accolti nei campi profughi allestiti dall'ONU nella nostra zona. Ci risulta che tutta la popolazione, e quindi anche le vedove di guerra che avevano beneficiato del progetto di sostegno, abbia potuto trovare una sistemazione e che anche i l bestiame sia stato portato in salvo.

      Gli avvenimenti di Pagak hanno avuto un effetto immediato anche per i t villaggio di Kubri, in territorio etiopico ma proprio sul confine, dove avevamo una cappella e una piccola comunità cristiana, che è stato quasi completamente evacuato perché gli scontri avvenivano a poche centinaia di metri ed è stato preso sotto controllo da una nutrita guarnigione dell'esercito etiopico. La scuola superiore per tutto l'anno scolastico è rimasta chiusa a causa dei problemi di sicurezza, mentre la pompa dell'acqua che avevamo riparato per la popolazione locale, sempre a Kubri, è stata utilizzata intensamente dai militari etiopici e dalla polizia federale, stanziati nei dintorni.

    A creare ulteriore disagio, nel mese di settembre le piogge particolarmente intense hanno provocato lo straripamento di un fiume che si trova a monte rispetto a Lare e quindi tutta l'area, compresa la nostra missione, è stata allagata da 70 centimetri di acqua nauseabonda. Noi stessi abbiamo dovuto abbandonare Lare per due settimane e rifugiarci a Gambella, la città principale a circa 80 km di distanza. Siamo potuti ritornare dopo un paio di settimane e i l lavoro di bonifica e pulizia di tutto il compound e delle case della missione ci ha impegnati per quasi un mese. ln quel periodo abbiamo anche potuto distribuire aiuti di emergenza ad alcune famiglie del nostro quartiere, i l più colpito dalla alluvione. Con la fine delle piogge tutti hanno potuto riparare e poi rientrare nelle proprie capanne.

Purtroppo non si è invece normalizzata la situazione a Pagak: tuttora i due gruppi militari si fronteggiano, con scontri armati abbastanza frequenti, per contendersi il possesso della frontiera e della pista di atterraggio. Questo destabilizza tutta la regione e soprattutto la zona di Lare; l'esercito etiopico ha dovuto dispiegare consistenti forze armate per tenere sotto controllo l'area e impedire che gli scontri dilaghino in Etiopia. La tensione, i l senso di precarietà e di incertezza sul futuro sono tuttora forti; coinvolgono tutta la popolazione di etnia nuer e di conseguenza tutto i l territorio in cui risiede. La quasi totalità della popolazione civile di Pagak non ha potuto rientrare nella propria terra e vive tuttora nei campi profughi.

   CAPANNE   Negli ultimi mesi dell'anno è anche scoppiata una crisi politica in Etiopia, con atti vandalici, manifestazioni e violenza in diverse parti del paese. Le proteste hanno assunto un carattere etnico e sono culminate con le dimissioni det Primo Ministro. La regione di Gambella in cui ci troviamo è rimasta ai margini di questa protesta; per noi le conseguenze principali sono state per alcuni mesi la chiusura delle strade (in certi periodi si poteva raggiungere la capitale solo in aereo) e i l blocco di internet in tutto il paese per diversi mesi. Ora con la designazione del nuovo Primo Ministro, che sta avviando una politica di riconciliazione nazionale, la situazione in Etiopia si va rapidamente normalizzando, speriamo in modo stabile.

Pur in questa situazione di incertezza, a novembre abbiamo scelto di aprire come ogni anno l'ostello degli studenti, anche per dare un segno di normalità e di stabilità ad una popolazione, soprattutto giovanile, che ha perduto la maggior parte dei propri punti di riferimento. Siamo riusciti ad accogliere 65 ragazzi, dando anche quest'anno uno spazio particolare ai giovani provenienti dal Sud Sudan. Si tratta per la maggior parte di figli di militari che sono al fronte, orfani di guerra ed e ragazzi soldato; potete immaginare come ogni frammento di notizia che giunge a Lare da oltre il confine li tocchi da vicino e influisca sul clima emotivo dell'ostello. Per lunghi periodi dell'anno scolastico, i nostri studenti sono stati praticamente gli unici frequentanti le lezioni, tanto che le stesse autorità scolastiche si interrogano sulle prospettive dei prossimi anni. Molti, pur essendo iscritti alla scuola, risiedono ormai stabilmente con la famiglia nei campi profughi e vengono a Lare solo per svolgere gli esami. Altri fuggono in città, a Gambella, inseguendo l'illusione di qualcuno che promette loro, dietro lauto compenso, il sicuro superamento degli esami di stato e quindi l'agognato accesso all'università.

       Tutto questo ha influito sull'ambiente umano di Lare; dopo i primi mesi di grave tensione, il senso di incertezza è diventato, paradossalmente, l'unico elemento stabile, e la gente cerca di conviverci. Nuova importanza hanno assunto, per i giovani e per gli adulti, l'appartenenza ad una chiesa o ad un qualche gruppo, come punto di riferimento e luogo di identità alternativo a quello tradizionale del clan famigliare, che rimane fondamentale nei momenti di crisi ma è percepito come incapace di rispondere alle novità del vivere di oggi. Molti vagano da una chiesa all'altra, specie quanti sono alla ricerca di possibili mogli o mariti, ma prima o poi tornano al luogo di partenza, magari senza sapere bene perché.

Con queste persone stiamo cercando di costruire una comunità cristiana che tenga conto delle loro esigenze ma anche vada oltre, scoprendo al suo interno quelle risorse umane e di fede che spesso rimangono nascoste. Nei vari incontri e giornate di formazione fatti durante l'anno, si è cercato per la prima volta di far parlare tutti, che raccontassero qualcosa di sé e della loro storia, diventando ricchezza gli uni per gli altri. Raccontare l'origine del proprio nome, che è sempre legata ad avvenimenti famigliari o a circostanze ambientali, ha portato adulti e ragazzi a rievocare situazioni tristi e felici, con momenti di forte coinvolgimento emotivo e di ascolto empatico, dimenticando per un momento le differenze di clan, di sesso e di età. E' ancora un inizio, ma ci sono segni che la direzione intrapresa possa portare buoni frutti. Col nuovo anno pastorale contiamo senz'altro di potenziare queste attività formative e di aggregazione, estendendole ad altre chiese cristiane che si sono mostrate molto interessate.

    DON MATTEO PINOTTI Sul piano della ministerialità si stanno facendo buoni passi; ci sono ormai diverse persone che regolarmente e di propria iniziativa si prendono cura della chiesa, della preghiera del mattino quando non c'è la messa, della visita agli ammalati del vicinato o a coloro che si sono allontanati dalla comunità. ln passato tutto questo doveva essere regolato dalle norme dell'equilibrio tra i clan e dalla suddivisione del "potere" dentro la chiesa, ma adesso le persone si muovono con più libertà e spontaneità. Anche quest'anno, durante il mese del nostro rientro in Italia, rinnoveremo la scelta pastorale di affidare la Chiesa, gli edifici e le persone, ai membri stessi della comunità cristiana, ciascuno con incarichi diversi. Forse in qualche occasione un prete locale andrà a celebrare l'Eucarestia, ma saranno i catechisti di Lare a organizzare la preghiera, il lavoro comunitario di pulizia e taglio dell'erba, la visita ai malati e a chi vive momenti di difficoltà, la gestione di una piccola cassa per le emergenze. La sicurezza, la responsabilità e la solidarietà tra loro che stanno acquisendo anno dopo anno, ci ha fatto ricordare i racconti dei nostri confratelli missionari in Sud America, anche se qui siamo ancora agli inizi di un lungo cammino.

A fine maggio sette donne adulte hanno ricevuto la cresima, dopo un percorso di catechesi di un paio di anni, e in giugno abbiamo celebrato per la prima volta dopo 13 anni il matrimonio religioso di una coppia di Lare, John e Rebecca. ln agosto proporremo, alle giovani coppie già sposate con rito tradizionale, una serie di incontri per illustrare il matrimonio cristiano e confidiamo che qualcuno di loro ci pensi seriamente per i l prossimo anno.

Guardando al futuro, la novità per la Chiesa di Mantova è l'arrivo di Don Sandro Barbieri, un dono inaspettato che il Vescovo Marco ha deciso di fare alla chiesa di Gambella. Nello scorso mese di marzo abbiamo avuto la gradita e fruttuosa visita da parte della piccola commissione giunta da Mantova: Don Libero Zilia, Don Gianfranco Magalini e Don Paolo Gibelli. Hanno concordato con i responsabili del Vicariato di Gambella che a fine luglio 2018, quando don Sandro concluderà lo studio della lingua ad Addis Abeba, lui ed io ci trasferiremo nella nuova missione di Abol, costruita da pochi anni e ancora senza un parroco residente, non distante dalla città di Gambella, capoluogo della regione.

      E' un ambiente molto diverso dalla zona di confine di Lare, ma nello stesso tempo vivace e in fase di sviluppo, perché è un nuovo villaggio, a solo 15 km dalla città, in cui stanno sorgendo nuovi negozi, strutture dell'amministrazione pubblica e dei servizi. ln questa area convivono, finora senza particolari problemi, la popolazione locale di etnia Anuak e altri gruppi dell'altopiano etiopico.

    Si prospetta per noi sacerdoti mantovani un lavoro molto diverso da quello di Lare: utilizzando le strutture sportive e gli ambienti già presenti ad Abol, si potranno fare attività di oratorio e animazione giovanile che, insieme alla scuola materna già funzionante da quest'anno, sono le iniziative sociali principali della missione.

Questi ambienti e queste attività renderanno possibile l'accoglienza di singoli e di gruppi di volontari da Mantova, giovani e adulti, rispondendo così ad una richiesta giunta dalla nostra diocesi. Come in ogni missione, queste attività sociali saranno supporto e occasione per l'annuncio missionario del Vangelo che, come ci ricorda spesso anche Papa Francesco, è la principale forma di carità verso i l prossimo.

Per me, Don Matteo, dopo 15 anni di missione in due ambienti completamente diversi, si presenta ora una nuova sfida da affrontare, che mi fa guardare avanti con fiducia ed entusiasmo e mi ricorda che non si è mai finito di imparare, specie in Africa. Incontrerò un nuovo ambiente, cultura, lingua; è vero che ho 55 anni e non ho più i riflessi e la memoria di un tempo, ma dopo gli anni di Gighessa con don Gianfranco Magalini, a cui devo molto, avrò di nuovo la grazia di condividere il ministero con un confratello prete mantovano. Con Don Sandro condivideremo i l cammino almeno di un intero anno, anche se qualche giorno ogni settimana dovrò assentarmi per seguire le attività pastorali di Lare. E poi ta grazia del Signore e il discernimento dei superiori ci indicheranno la strada da seguire.

Cogliamo l'occasione per ringraziare tutti coloro che con fedeltà e fiducia hanno sostenuto anche in questo anno la missione di Lare: singoli, gruppi e parrocchie, che ci hanno accompagnato con la preghiera, l'aiuto economico e l'amicizia.

Don Matteo ed Elisabetta, missionari in Etiopia.