di Luigi Togliani

TERRA CASA COMUNE – Una riflessione sulla “Laudato sì” di papa Francesco

28 settembre 2019

Sintesi dell’intervento di GRAMMENOS MASTROJENI

La scienza sta riconoscendo il valore dell’ecologia integrale o sistemica, secondo la quale le questioni

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ambientali sono strettamente collegate alla vita delle persone, dove però le scelte di solito cadono su ciò che si ritiene più “utile” e non su quello che è più “etico”. Invece, guardando il sistema Terra nella sua globalità, possiamo riscontrare che la scelta più etica è anche quella che soddisfa al meglio i nostri veri interessi. La soluzione più utile, e quindi più etica, è quella che tutela la dignità di ogni persona, perché è quella evita le ingiustizie e gli squilibri che fatalmente si ritorcono contro chi li favorisce. La sobrietà non è una rinuncia, ma è la scelta di ciò che è meglio per tutti. La sobrietà è consumare secondo la curva dell’utilità marginale, identificando quella soglia oltre la quale diventa schiavitù il possedere ulteriori cose o beni materiali. Infatti l’utilità U che abbiamo aumenta all’aumentare della quantità q del bene che possediamo, ma gli aumenti di U sono sempre più modesti all’aumentare di q, fino ad annullarsi (punto di sazietà); e, se la quantità q aumenta ancora, l’utilità U può addirittura diminuire (vedi grafico).

I flussi migratori sono collegabili alla fluttuazione ambientale; con la nostra civiltà abbiamo scatenato un mutamento ambientale tale da rendere le migrazioni difficili da controllare. Già 10.000 anni fa vi erano state migrazioni verso l’Europa, come conseguenza del clima più rigido che aveva investito l’Asia centrale. L’Europa, invece, godeva di un clima più mite, favorito dall’anticiclone delle Azzorre che dava stabilità e prevedibilità all’ecosistema. Grazie a questa prevedibilità del clima europeo fu possibile sviluppare la rivoluzione agricola, che richiedeva tempi precisi per la semina e per il raccolto. Il clima determina gli interessi e l’identità della popolazione.

Ora, invece, il clima sta cambiando: l’anticiclone delle Azzorre è spesso sostituito da quello africano; sono più frequenti i fenomeni estremi (siccità, alluvioni) e viene messa in crisi la prevedibilità sulla quale si basa l’agricoltura: non si può prevedere in quali periodi pioverà e quando si potrà seminare; aumenta il caos. Con il riscaldamento dell’ecosistema si apriranno per le navi rotte nuove, attraverso l’Artico; ma questo manderà in crisi i traffici nei porti del Mediterraneo e attraverso il canale di Suez. Così alcune colture, come la vite, si sposteranno verso nord, mentre in certe zone temperate si rischieranno processi di desertificazione.

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In questo contesto nelle aree più fragili della Terra, come l’Africa sub-sahariana, i cambiamenti climatici hanno un peso determinante sui flussi forzati interni di popolazioni che si spostano da un luogo all’altro in cerca di condizioni di vita accettabili. I migranti che si dirigono verso l’Europa o il Nord America non sono i più poveri, ma quelli che hanno un livello di reddito sufficiente per intraprendere un viaggio costoso e rischioso e che hanno fatto la scelta di andarsene dal loro paese. I migranti che arrivano in Italia portano a riequilibrare la nostra piramide sociale, inserendo forze giovani in un paese fortemente invecchiato e contribuiscono al reddito nazionale. Le politiche di chiusura verso le immigrazioni portano invece ad una riduzione del PIL. Resta il problema dell’Africa che rischia di esplodere, se lasciata a sé: nelle aree più fragili, come il Sahel dove la desertificazione è in continuo aumento, prosperano l’illegalità, la violenza, il terrorismo. Le azioni di cooperazione allo sviluppo spesso hanno costi molto alti e la maggior parte delle somme stanziate sono assorbite dagli aspetti organizzativi, mentre le rimesse degli immigrati inseriti nel nostro sistema vanno quasi interamente a buon fine, aiutando i familiari rimasti a casa. I profughi lasciati soli, invece, spesso sono vittime della malavita e dello sfruttamento.

I cambiamenti climatici incidono già sulle aree a rischio: per l’innalzamento del livello dei mari diverse isole si riducono fino a scomparire e l’acqua marina può produrre la salinizzazione dei fiumi; lo scioglimento anche repentino dei ghiacci marini e terrestri mette a rischio intere popolazioni, come il sub-continente indiano minacciato dalla fusione delle nevi dell’Himalaya; le zone aride tendono a desertificarsi; la biodiversità è fortemente minacciata, anche dagli incendi, spesso dolosi.

Il quadro che ne esce può sembrare sconsolante, ma un rimedio c’è: la solidarietà. Se l’Italia sceglie di erigere muri, ne avrà un danno economico e sociale. Dobbiamo invece favorire il co-sviluppo, specialmente verso l’Africa, nostro naturale mercato di espansione. Occorre: incrementare la piccola agricoltura familiare, tutelare la biodiversità, ripristinare il ciclo idrico, aumentare i pozzi di carbonio, favorire l’ancoraggio delle persone alle loro comunità di origine e frenare così le spinte migratorie, valorizzare il capitale umano dei migranti e delle loro comunità di provenienza. In ambito finanziario sono da incentivare gli investimenti ESG (Ambiente, Società, Governance), già in grande crescita, che sostengono progetti favorevoli all’ambiente, al rispetto dei diritti umani, alle pratiche di governo societarie. Sono segni incoraggianti, ma ognuno deve dare il suo contributo per uno sviluppo sostenibile. È lo sviluppo ingiusto che porta a distruggere la Natura.