21 febbraio 2016 a Bose

PRIMA MEDITAZIONE

Abbiamo oggi un’occasione di sosta con l’impegno di andare a toccare alcuni temi essenziali della vita umana. Abbiamo bisogno di andare alla sorgente dei significati della vita e anche di una rilettura degli stessi temi, da rivedere alla luce dell’esperienza della vita, che cambia e matura nel tempo. Non basta leggere il Vangelo, ma bisogna farlo passare attraverso la vita.Sofferenza, malattia, morte che identifichiamo con la parola “male”, sono realtà che vanno rivisitate e interpretate nella logica evangelica.                                                                                

Paul Ricoeur, filoso cristiano francese, ricorda che ciò che rende difficile l’enigma del male è mettere insieme realtà disparate come sofferenza, morte e peccato. Peccato in specie viene definito come “male”. Dobbiamo indagare in profondità su questo enigma.          

  1. Come si manifesta il male?

1.1. La salute fisica può essere insidiata da malattie leggere o più minacciose, dal morbo della vecchiaia e quindi dalla morte. Una persona si imbatte con questi mali che coinvolge il corpo. Spesso tendiamo a rimuoverli dalla nostra vita. La pulsione del male fa rimuovere il male. Nella vecchiaia quello che prima da giovani e adulti non era problema, nella vecchiaia diventa qualcosa cui non è possibile sottrarsi. Sottrarsi è vivere una vita di illusioni. Tutto questo ‘male’ rimane un enigma: non basta dire ‘si sa’, da momento che nella vita si nasce, si cresce e si muore...: a dimostrazione di ciò, quando uno lo dice, non lo dice mai di sé, ma sempre dell’altro; nei confronti della vecchiaia e della morte si diventa ipocriti, non si vuol affrontare il problema, ma inesorabilmente ci si imbatte in queste realtà.

1.2. C’è anche un altro modo di evidenziarsi del male: il venir meno dell’intelligenza e della relazione, con chiaro riferimento alle malattie psichiche e affettive. Pensiamo ad esempio alla depressione, agli stati di ansia, di panico: sono malattie forti e difficili sia per chi le vive, che per chi le deve accompagnare o vivere da vicino.

1.3. Altre persone soffrono per il male causato dagli altri: calunnie, offese, schiavitù....                                                                  

L’uomo dunque è una creatura minacciata, con la viva coscienza di conoscere queste minacce (non come gli animali che li subiscono e basta). Da qui nasce la domanda: ‘perché?’. Infatti sentiamo il male come qualcosa di non adeguato alla vita. Possiamo dire, come sostengono i paleontologi, che quando l’uomo inizia a seppellire i morti, ha inizio il processo di umanizzazione del mondo: lo si constata nelle posizioni in cui vengono messi i morti, nei vestiti, negli oggetti che vengono messi accanto, nelle tombe... quasi come affermare che la morte non toglie la vita. A noi fa orrore un cadavere abbandonato per strada. Perché sentiamo la morte come un’ingiustizia.                                                              

Dunque: da dove il male? Perché il male? Che cosa è il male? Risposte non ce ne sono; le cerchiamo, ma non ci sono. La sofferenza fa parte della vita: come c’è l’homo sapiens, l’homo faber... così c’è l’homo patiens (sofferente); la vita umana contiene anche questo aspetto. La verità è che la sofferenza è quotidiana, che la vita è un duro mestiere e tutti sappiamo che la vita ha una fine. Ogni creatura è colpita e la fine arriva per ogni uomo. Perché? Da millenni di ricerca spirituale, mai è venuta una risposta. Le risposte che si danno non sono altro che dei calmieri. Il Buddismo ad esempio affronta il problema dicendo che il limite, la sofferenza, il dolore... fa parte della vita e l’unica soluzione è la capacità di sopportazione e accettazione...ma anche in chi pratica questa religione di fronte alla morte c’è ribellione, non accettazione.

1.4. Nella nostra religione si propone un’elaborazione sulla morte che parla di un regno luminoso iniziale, che poi viene meno con l’introduzione del peccato, da cui nascono sofferenza e morte. Ma la Bibbia non dice questo. Non dà soluzioni. Il male è inerente a questo mondo e chi pensa ad un’armonia, questa non riguarda un passato nostalgico, ma un futuro luminoso che verrà: il mondo della pace, della gioia, senza lacrime, senza morte. Ma questo sarà il paradiso che verrà, quella che chiamiamo vita eterna.                                                

Ciascuno di noi viene al mondo, ma non sappiamo quando e perché... Così, senza poterne dare ragione, il male è dentro la vita umana. Pensiamo all’esempio del bambino, che già da piccolo piange per lamentarsi di qualcosa che non ha, poi non accetta che i giochi siano dati agli altri e scopre gli altri come concorrenti da combattere... e fin da bambini i genitori insegnano a rinunciare a condividere. Neppure Gesù ha dato una risposta al male. Nella Bibbia non si parla dell’origine del male (anche l’idea degli angeli ribelli che condizionano Adamo ed Eva è una favola inventata per dare una spiegazione all’origine del male... ma non è così). Resta l’oscurità sulla presenza del male. Quando la Bibbia vuol parlare del male, non parla mai della realtà in sé, ma di coloro che vivono queste cose negative, dando però un aiuto per attraversarle. Non c’è spiegazione al male, alla morte, alla malattia... Dobbiamo anche difenderci da certi schemi religiosi, inventati soprattutto per difendere Dio; molti infatti pensano che sia stato Lui a introdurre il male. No, non può essere che un Dio voglia il male. Noi nasciamo urlando, la madre soffre le doglie del parto; la nascita stessa è espulsione da un mondo un cui la piccola persona sta bene e si sente protetta.                                                                                                    

La sofferenza, la malattia, la morte... sono uno scandalo per gli uomini. C’è una domanda che ritorna spesso: Se Dio è buono, come può permettere la sofferenza? Altri asseriscono che non credono in Dio proprio per la sofferenza presente nel mondo. Possiamo essere liberi di affermare che Dio non c’è, può esistere la convinzione che Dio non ci sia, ma questo non è possibile verso le realtà concrete della nostra vita, come la malattia e la morte. Dov’era Dio ad Auschwitz, nei Gulag... (dovremmo chiederci “dov’era l’uomo”). Tanti riferimenti rimandano dunque all’enigma del male.

  1. Che cosa dire?                                                                                                    

Sicuramente, per noi cristiani, è necessario prima di tutto superare e lasciare alcuni modi di pensare. Un certo cristianesimo devoto ha fatto tanti danni, allontanando molta gente dalla fede. Siamo su un crinale: oggi abbiamo molte opportunità sul paino della fede, ma possiamo anche mettere in atto azioni che allontanano dalla fede (esempio della preghiera dell’alpino). Dobbiamo imparare a scindere il cristianesimo del campanile da quello del vangelo.

  1. Alcuni esempi di modi di pensare da abbandonare

3.1. La chiesa spesso insegna che la sofferenza è mandata da Dio. Non è vero che il Signore manda la sofferenza per il nostro bene. Dire che la sofferenza è mandata per purificare i peccati è una bestemmia! Diciamo questo perché non abbiamo ancora una cultura del dolore. Quando la Bibbia parla delle “punizioni di Dio”, è da leggere e interpretare alla luce del Vangelo. Nelle nostre liturgie infatti intronizziamo il Vangelo non la Bibbia. Ricordiamo l’episodio del cieco dalla nascita: “ha peccato lui o i suoi genitori... per essere cieco”?. Una persona non ha un male perché ha un peccato da scontare. Questo è un meccanismo diabolico. Non possiamo imputare il male a Dio. Il male fa parte della natura umana, è una condizione naturale, il male è dentro la condizione umana: c’è un mondo prepotente, corrotto, ladro, bugiardo e c’è anche chi fa il bene e continua a lottare per promuoverlo.

3.2. Dio manda il male per il nostro bene, perché vuole insegnarci qualcosa, uno scopo. E’ un’altra deformazione sul senso del male.

3.3. Dio manda il male per espiare i peccati (“ con la tua sofferenza non vai più in purgatorio”). Il cardinal Villot ha affermato: “noi preti sappiamo pronunciare belle frasi sulla sofferenza, sulla malattia e sulla morte; io voglio dire ai preti di non dire più niente..., imparino ad accettare l’enigma del mistero... l’unica cosa che occorre è donare la propria presenza”. La sofferenza deve trovare una via che la porti al mistero, con davanti l’esempio di Gesù, che apre la strada: anche Lui infatti aveva paura della passione, ma la accetta, non si lascia tentare dal cercare di evitarla. Gesù è morto, come noi, in una solitudine enorme, abbandonato, giovane poco più che trentenne, attorniato da briganti e nemici... in una situazione che sembrava tutto un fallimento.

3.4. Molti preti dicono agli ammalati: offri le te sofferenze. No! E’ un grave errore. Gesù offre a Dio tutta la sua vita e nella vita c’è anche la sofferenza insieme alle cose belle. A Dio va dato tutto: mi abbandono totalmente a Te.                                                                

Può essere convincente l’apoftegma di san Girolamo: “Ben prima di diventare un sapiente e stimato esegeta, brillante consigliere di nobildonne dell'alta società romana, Girolamo aveva tentato un periodo di vita da eremita in una grotta del deserto di Giuda. Con la presunzione tipica dell'età, il giovane Girolamo si era dedicato con ardore alle molteplici forme di ascesi allora in uso tra i monaci. Ma i risultati si facevano attendere: il tempo gli avrebbe fatto presto capire che la sua vera vocazione era altrove nella Chiesa e che il suo soggiorno tra i monaci della Palestina ne costituiva solo il preludio. Tuttavia Girolamo doveva ancora imparare molte cose e intanto, da giovane novizio si trovava immerso nella disperazione: nonostante i suoi sforzi generosi, non riceveva alcuna risposta dal cielo. Andava alla deriva, senza timone, in mezzo alle tempeste interiori, al punto che le vecchie tentazioni, già così familiari, non tardarono a rialzare la cresta. Girolamo era scoraggiato: cosa aveva fatto di male? Dov'era la causa di questo cortocircuito tra Dio e lui? Come ristabilire il contatto con la grazia? Mentre Girolamo si arrovellava il cervello, notò all'improvviso un crocifisso che era comparso tra i rami secchi di un albero. Girolamo si gettò a terra e si percosse il petto con gesto solenne e vigoroso ( è in questa posizione umile e supplicante che lo raffigura la maggior parte dei pittori). Subito Gesù rompe il silenzio e si rivolge a Girolamo dall'alto della croce: «Girolamo - gli dice - cos'hai da darmi? Cosa riceverò da te?». Girolamo non esita un attimo. Certo che aveva un sacco di cose da offrire a Gesù: «Naturalmente, Signore: i miei digiuni, la fame, la sete. Mangio solo al tramonto del sole!» Di nuovo Gesù risponde: «Ottimo Girolamo, ti ringrazio. Lo so, hai fatto del tuo meglio. Ma hai ancora altro da darmi?» Girolamo ripensa a cosa potrebbe ancora offrire a Gesù. Ecco allora le veglie, la lunga recita dei salmi, lo studio assiduo giorno e notte della Bibbia, il celibato nel quale si impegnava con più o meno successo, la mancanza di comodità, la povertà, gli imprevisti che si sforzava di accogliere senza brontolare e infine il caldo di giorno e il freddo di notte. Ad ogni offerta, Gesù si complimenta e lo ringrazia. Lo sapeva da tempo: Girolamo ci tiene così tanto a fare del suo meglio! Ma ad ogni offerta, Gesù, con un sorriso astuto sulle labbra, lo incalza ancora e gli chiede: «Girolamo, hai qualcos'altro da darmi?» Alla fine, dopo che Girolamo ha enumerato tutte le cose buone che ricorda e siccome Gesù gli pone per l'ennesima volta la stessa domanda, un po' scoraggiato e non sapendo più a che santo votarsi, finisce per balbettare: «Signore, ti ho dato già tutto, non mi resta davvero più niente!». Allora un grande silenzio piomba nella grotta e fino alle estremità del deserto di Giuda; Gesù replica un'ultima volta: «Eppure Girolamo hai dimenticato una cosa: dammi anche i tuoi peccati affinché possa perdonarteli...».                                                          

Dobbiamo dunque chiedere luce nell’attraversare la sofferenza. L’eutanasia ad esempio evidenzia la coscienza di non voler essere legati a nessuno e di non volere il legame con nessuno... questo non è vivere la sofferenza nella logica cristiana.

SECONDA MEDITAZIONE

  1. Come affrontare la sofferenza/ malattia/ morte da parte di chi ne è coinvolto e da parte di chi le deve accompagnare?

1.1. E’ necessario innanzitutto partire dalla grammatica umana della sofferenza. Essa fa parte della natura umana; qualcuno potrebbe vivere nell’illusione di essere esente da questa realtà (ricchi, sani...). Nella vita sentiamo il bisogno di etichettare le situazioni, come ad esempio essere poveri..., ma questa situazione potrebbe cambiare nel percorso della vita, da poveri a ricchi o viceversa; così come l’essere sani potrebbe cambiare quando si incontra una malattia. Un primo passo che dobbiamo compiere è di non essere agnostici, cinici verso la malattia, ma riconoscere che possiamo incontrare sofferenza o malattia.

  1. Quali atteggiamenti possono essere utili?

2.1. Dobbiamo lottare il più possibile contro la malattia, resistere all’incalzare della sofferenza, metter in atto tutto quello che possiamo, però nella chiara consapevolezza di non poter vincere il male. Ci sono persone attanagliate dalla malattia che spesso si lasciano andare... capita anche che i medici non lottino più, soprattutto verso persone non importanti o anziane o che non hanno privilegi. Spesso non si fa tutto: in queste situazioni la sofferenza si aggrava..., l’impotenza e la malattia si aggravano, aumentando il carico della sofferenza. Non è una consapevolezza da forzare o accelerare, ma da sostenere e guidare.

2.2. La seconda indicazione è che malattia e sofferenza vanno coniugate con un umanesimo cristiano. L’umanesimo cristiano chiede di saper educare alla consapevolezza di una malattia più o meno grave. La medicina è un’industria, dobbiamo essere vigilanti ad esempio nelle cure che vengono proposte. E’ necessario umanizzare la malattia. Dopo l’accettazione bisogna passare all’umanizzazione. E’ uno sforzo grande, ma bisogna trovare la strada per attraversare la malattia. Il malato deve sentire umana anche la sua dimensione di malato. Può succedere che questa situazione venga nascosta o delegata ad altri; è giusto sostenerla (vedi ad es. il lavoro delle badanti), ma non allontanarla.

2.3. Ciò che diventa importante nell’umanizzare è la relazione. Il malato ha bisogno di sentire che la sua malattia e la sua morte riguardano qualcuno; spesso gli ammalati affermano che ‘la vita è una vigliaccata, una menzogna...’.                                                  

Il primo atto che Dio fa all’uomo è quello di vestirsi, quando l’uomo si riconosce nudo; coprire il malato salvaguardia la dignità della persona. La demenza senile (alzaimer) può rompere la relazione in quanto la mente del malato è alterata. Ma anche in questo caso si possono usare modalità di relazione gestuale, come una carezza, un abbraccio, la mano stretta... Occorre la capacità di rinnovare la relazione e l’amore, nella logica cristiana dello sforzarsi di amare e accettare di essere amati.

2.4. Dobbiamo dire una parola anche sull’elaborazione del lutto. Ci dobbiamo dare ragioni per continuare a vivere; se non ce ne diamo, la sofferenza rischia dai farci diventare disumani. Anche all’intero della malattia Dio è accanto a noi, non per togliercela, ma per darne un senso e attraversarla, come afferma il Salmo 90 “con chi mi è fedele nell’angoscia, Io sono con lui”. Dio non ci toglie il dolore ma lo accompagna e chiede a noi di accompagnarlo. Il dolore non è spogliarci della vita, non è togliere qualcosa. Anche gli amori sbagliati possono recare dolore, ma non vanno persi... sappiamo bene che il cuore umano può provocare ingiustizie, ma quelli che abbiamo amato non li perderemo: questa non è una certezza, ma è una convinzione maturata nel tempo. Anche la fede, Dio, la vita eterna, l’aldilà... non sono certezze ma convinzioni serie... Chi dice il contrario non è realista, ma ragiona da pazzo.

  1. Che cosa insegna Gesù sul modo di vivere sofferenza, malattia, morte?

3.1. Saper vedere. Sono più facilmente i peccati di omissione che ci condannano, non le azioni, molto rare a dire il vero in una persona. Il Vangelo dice: “venite benedetti perché avete visto chi aveva fame... e andate lontano maledetti perché non vi siete accorti di chi aveva bisogno...” (Mt 25). Non saper vedere ci allontana dalla persona sofferente.

3.2. La prossimità. Posso vedere ma non fare nulla. Come il sacerdote e il levita della parabola. Finchè il malato resta lontano, possiamo provare dispiacere, ma questa non è vicinanza. Dobbiamo andare a trovare il malato, così che possa pensare “io importo ancora a qualcuno”. La prossimità, come già ricordato, si gioca non solo con le parole, a volte inutili e scontate, ma anche con il linguaggio del corpo: non toccare non vale per chi è malato, anzi è un’esigenza.

3.3. Fare tutto quello che è in nostro potere (analisi, medici, cure adeguate, assistenza...). Anche Gesù lotta di fronte al calice che deve bere nella passione e nella croce...

  1. Come leggere la malattia, la sofferenza e la morte?

4.1. Innanzitutto la malattia riguarda tutta la persona. L’accompagnamento deve essere totale. Se è vero che l’ammalato deve essere guarito nel corpo, non può essere ignorato tutto il resto della sua persona, anima e psiche. La malattia chiede un accompagnamento integrale. Le cure palliative in questo senso sono in molti casi un ottimo sostegno (ma non sempre funzionano).

4.2. La dignità umana è imperitura. Si vive una volta sola e la sofferenza non può far perdere la sua dignità. La persona merita sempre rispetto.

4.3. Le cure palliative: fin che c’è vita, c’è speranza. Bisogna evitare di far soffrire un malato. E’ importante in questo senso il testamento biologico della persona, che lontano dalla malattia, indica se vuole evitare l’accanimento terapeutico. I parenti spesso non sanno cosa fare. Il curante deve semplicemente preoccuparsi di sollevare la sofferenza. Bisogna lasciare perdere strumenti inutili, che non servono a nulla. Diciamo: eutanasia no, ma anche nessun accanimento terapeutico. Il dolorismo è una cosa che la chiesa condanna (vedi gli esempi del patriarca Atenagora, di Papa Giovanni Paolo II, del Card. Martini...). E’ lecito chiedere cure adeguate antidolorifiche, soprattutto giungere ad alleviare le sofferenze fino alla sedazione profonda, continuando fino alla morte (questo dicono i documenti della Chiesa)

  1. Conclusione

Dobbiamo renderci conto che sofferenza, malattia, morte fanno parte della nostra vita. Da qui comprendiamo che la fragilità può essere un valore. La fragilità infatti denuncia la deriva individualistica se viene dimenticata. La fragilità fa parte delle condizioni che dobbiamo vivere, non come uno scacco della vita, ma come una dimensione che fa parte della nostra vita. Soffrire fa parte della vita. Non si soffre anche per amore? Anche l’amore contiene la logica della sofferenza.                                                                                  

La sofferenza e la fragilità aiutano a conoscere e ad accogliere l’altro. Non è possibile “andare sempre d’accordo”. Nella vita ci sono conflitti, non si va d’accordo sempre, ma ciò che è importante è vivere soffrendo insieme (diventando più buoni, più aperti, rinnegare la chiusura nel proprio egoismo e orgoglio...).                                                      

Sofferenza, malattia e morte non possiamo né evaderli, né dominarli. Dobbiamo prepararci ad attraversarli, salvando la relazione e l’amore delle relazioni, soprattutto quando si è anziani. In tutto questo la fede non è stata toccata? Dobbiamo affermare che il cristianesimo o è umano o non è cristianesimo. Rimane forte la convinzione che nulla andrà perso, anche ciò che sofferenza, malattia e morte sembrano togliere.

 

Appunti dalla lectio divina di Luciano Manicardi

LA TRASFIGURAZIONE ESPERIENZA DI PREGHIERA

La trasfigurazione è sintesi e simbolo del cammino quaresimale/ pasquale; non presenta soltanto i tratti del divino, ma anche quelli della quotidianità. Dalle tentazioni nel deserto alla preghiera di Gesù sul monte: i due momenti non possono essere separati, anche nella nostra vita. Da una parte Gesù si oppone al tentatore e dall’altra Gesù è identificato dalla Parola divina “questi è il mio figlio”. Siano condizionati dalla possibilità di compiere il male, ma ci è offerta d’altro lato la possibilità di resistere al male attraverso la preghiera. La preghiera ci rende immagine di Gesù. Il motivo? O siamo trasformati dal male o lo siamo dal bene. Quale trasformazione scegliamo?                                                            

La preghiera non è semplice devozione, ma diventa capacità di sopravvivenza al male. Rinunciare a pregare ci porta a cadere nella tentazione e a non avere più speranza... a non credere più. A volte pensiamo che non serva a nulla il trasporto spirituale. La preghiera, la lectio divina, la lotta spirituale, il discernimento divino... sono realtà necessarie per noi, come l’aria che respiriamo. La preghiera non è un dovere o un atto edificatorio da compiere, esemplare per gli altri: questo è il rischio ipocrita della preghiera. Essa è esperienza di forza interiore e liberazione.                                                                                    

(A questo punto la lectio ha analizzato gli esempi della preghiera di Mosè e Paolo indicati nelle prime due letture della liturgia della seconda domenica di quaresima).                                                           

Attualizzazione: noi non sappiamo come la preghiera possa trasformarci. La trasformazione avviene senza che possiamo rendercene conto, come avviene per il seme sotto terra (Marco 4,27). Silenzio, ascolto della Parola, preghiera sono le tre indicazioni spirituali che possiamo cogliere nel brano della trasfigurazione. E’ interessante notare come la forza della preghiera e dell’invisibile lascia tracce sul corpo umano, che rappresenta così qualcosa dell’azione di Dio, come il volto luminoso di Gesù sul monte o di Mosè nel dialogo con Dio. Il credente a viso scoperto riflette lo splendore di Dio come uno specchio. La comunione con Dio diventa visibile sul volto: nella tua luce vedremo la luce, verremo alla luce”. La preghiera esige lotta con il proprio corpo: i discepoli si addormentano (come anche nell’orto degli ulivi). La preghiera esige ascolto di qualcosa che viene dall’alto, perché possa tradursi in azione umana. La preghiera chiede silenzio, anche quando esso è faticoso e può diventare un ostacolo. Infine Gesù resta solo: l’ultimo elemento della preghiera è la solitudine, quale fondamento per la comunione con il divino.