Nella Messa delle 10,30 di oggi ,13 febbraio 2022, in Ognissanti don Riccardo ha ricordato l'anniversario della morte di Mons. Rosa avvenuta l'11 febbraio del 1994

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Dal libro di testimonianze su mons. Rosa dal titolo "Monsignor Rosa: prete, padre, amico' pubblicato nel 1995, si propone la testimonianza di don Ulisse Bresciani (1941-2013) da cui emerge il profilo del Monsignore con la "passione per l'uomo" e una profonda attenzione a....te...

      come se al mondo non ci fossi che tu

don Ulisse Bresciani

Mi fece un’impressione strana quel prete. Di persona certamente ispirata, segnata di qualche istrionismo per quel suo alzare improvvisamente a falsetto il tono della voce, rimanendo poi come sospeso in un silenzio estatico, mentre gli occhi sembravano scovare qualche presenza arcana nelle volte falso-gotiche della cappella.

Ero, allora, un adolescente allampanato, rivestito di un’improbabile tonaca nera, e lo stavo ascoltando dai primi banchi, quelli a ridosso della balaustra, riservati agli alunni del Ginnasio.

        È questo il primo ricordo personale di Don Rosa, nella prima metà degli anni 50. Poi, negli anni del Liceo, mi fu insegnante di latino, regalandomi il gusto e l’orecchio (In senso musicale) di una lingua che non mi annoiò mai, nemmeno sui banchi di scuola. Con lui non fui mai intimorito dall’ossessivo confronto con i paradigmi dei dizionari, piuttosto mi fu offerta la maturazione di una struttura mentale, espressa in un cursus linguistico ordinatore di pensiero. Passando via via nei banchi più indietro, dalla vecchia alla nuova cappella, non solo il ricordo mi si affranca dalle prime impressioni, ma comincia a farsi più preciso anche circa il messaggio che questo prete, di tanto in tanto invitato a parlarci, ci lanciava con quel suo personalissimo stile.

Ancora prima del Concilio, lui ci parlò del “mondo” con simpatia, presentandocelo come luogo teologico del nostro essere cristiani. La “passione per l’uomo” mi sembrò essere il filo rosso del suo insegnamento, in un momento culturale e spirituale nel quale la chiesa italiana ancora non mi pareva avesse superato la logica della contrapposizione muscolosa. Forse non un sistema compiuto di pensiero o una coerente impostazione pastorale, ma certamente un’intuizione fiduciosa, sciolta e libera dall’urgenza di essere dimostrativa ed efficiente (e credo che questo gli alienasse molte simpatie, come di uomo disimpegnato, più incosciente che profetico). Lasciò in me una sensazione di aria fresca, come la scoperta di nuovi ambiti, ancora tutti da percorrere, ma affascinanti per chi, come me giovane e inesperto, si affacciava alle soglie di un servizio ministeriale nella chiesa. Descriverei questa esperienza con un riferimento iconografico al giovane Davide, impossibilitato a chiudersi in un’armatura, ma forte della sua fede, armato solo della fionda e con pochi sassi nella bisaccia.

Intanto il concilio, convocato dalla” incoscienza” di Papa Giovanni, stava costringendoci tutti a ripensare la nostra fede e la nostra testimonianza di fronte al mondo, senza rinunciare alla radicalità della scelta cristiana, ma senza trasformarla in un vessillo innalzato contro qualcuno. E questo mi sembra un altro tratto della spiritualità di Don Rosa, che collega il rigore personale con la più alta e affettuosa attenzione al cammino di ognuno, accolto sempre -anche quando errante o incoerente- nel nome del Signore, per il quale tutti e sempre sono importanti.

Mi ha lasciato grandissima impressione la sua capacità di prestarti attenzione come se in quel momento non esistessi che tu solo al mondo: ti comunica la sicurezza di non essere nel mucchio che non solo il tuo posto non è confuso con quello di nessun altro, ma che anzi sei atteso proprio tu.

Molti Sacerdoti sono passati da lui per farsi accompagnare nel loro cammino dalla sua esperienza credente. Anch’io ho goduto di questo dono e da esso mi derivano molti grandi insegnamenti, sui quali forse dovrei soffermarmi con umile pazienza a dipanarne il valore.

Ma questa è una modesta testimonianza che nasce dal cuore e non vuole tracciare profili; perciò ricorderò solo un orientamento tra i tanti, forse semplificandolo e impoverendolo. Ma così lo ricordo e lo dico: nella chiesa quello che davvero conta è la fade in Gesù, il vivente, avendolo come interlocutore dei nostri giorni, qualsiasi cosa capiti e cercando di volere bene ai fratelli che incontriamo.

Mi rendo conto che detto così risuona banale, ma banale non è quando l’esperienza della chiesa risulta poco leggibile per le nostre pesantezze e l’opacità della cosiddetta “struttura”.

A Monsignore che compie ottant’anni mi sento di tributare la stima e il rispetto che si deve ad un padre. Ora che ho perduto mio padre, credo di sapere un po’ meglio cosa significhi affermare questo e perciò non ho pudore di dirlo.

Don Ulisse Bresciani

20 giugno 1993

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DALLA GAZZETTA DI mANTOVA DEL 7 FEBBRAIO 2004

Dieci anni: l'11 febbraio 1994 moriva monsignor Giosuè Rosa, sacerdote il cui rimpianto è sempre profondo nella comunità di Ognissanti e in tanti mantovani, cittadini e clero. Don Renato Pavesi, parroco successore, lo ricorderà con i fedeli domani, durante la messa delle 10.30 e ancora mercoledi alle 21 con un momento di preghiera. Alla figura e dall'opera del monsignore è dedicata una mostra fotografica, aperta da domani alle 11 a domenica 15 febbraio.
I ricordi sono tanti e i parrocchiani, i curati collaboratori hanno voluto affidarli fin dal 1995 a un libro dal titolo rappresentativo della realtà del personaggio: ‘Monsignor Rosa: prete, padre, amico'. Nato a Cavriana nel 1913, ordinato sacerdote dal vescovo Domenico Menna il 29 giugno 1938, veniva subito destinato alla parrocchia di Ognissanti. Vicario cooperatore di monsignor Giovanni Battista Zancoghi, viveva cosi gli anni della seconda guerra mondiale, difficili sempre e drammatici quando iniziavano i bombardamenti sulla città.
Nel pomeriggio dell'8 agosto 1944, un'incursione di bombardieri americani sugli impianti della stazione ferroviaria colpiva la vicina chiesa di Sant'Orsola, sfondando la volta. Come sempre, suonato l'allarme, don Rosa si era rifugiato nel campanile, con 13 parrocchiani, in maggioranza donne. Il campanile rimaneva in piedi ma le macerie bloccavano l'uscita: il sacerdote riusciva a farsi largo, guidando gli altri su per la scala pericolante, collegata al salone conventuale delle Orsoline. Esperienza che lo avrebbe segnato a lungo.
Nel 1951 succedeva a Zancoghi nella parrocchia, continuando la sua missione accompagnato dai curati don Cesare Lucchini, don Luigi Bellini, don Alberto Montecchio, don Marino Barbieri, don Walter Mariani, don Cesare Righetti, don Claudio Cipolla. Tanti studenti lo ricorderanno insegnante di latino al liceo del Seminario e di religione al liceo scientifico Belfiore. Fondamentale la sua presenza costante nel percorso vocazionale dei giovani diventati sacerdoti: Flavio Lazzarin, Maurizio Maraglio, Alberto Crovetti. E poi il don Rosa animatore della vita scoutistica e dello sport, con la"Vigor" Ognissanti, nel Csi. Nella sua parrocchia è vissuto fino all'ultimo.