*Sulla legge*
giovane ricco copia                                                                   
“Fate ciò che vi comando”: comandamenti, precetti, leggi, norme! I precetti e le regole sono entrati nel vissuto dei cristiani, così da diventare addirittura il loro segno di riconoscimento; il mondo conosce i cristiani soprattutto come quelli dei precetti, dei doveri, delle norme, del diritto, del canone…
La mentalità della legge è diventato il modo principe per vivere la fede cristiana.
Nel Vangelo di Luca (10,25) un giovane cerca Gesù e gli chiede: “Maestro che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?” Sembra che questo sia un ritornello di ogni approccio religioso, la via privilegiata della religione: se faccio quello che Dio comanda, gli piacerò e in qualche modo attirerò la sua benevolenza. Nasce allora la domanda: “Maestro, che cosa veramente bisogna fare? Qual è il più grande comandamento da osservare?” Da qui nella storia biblica sono nate poi tante casistiche, distinzioni … 
Ma, ora ci chiediamo: è veramente giusto partire dalla legge per maturare la fede?
A dire il vero, potremmo anche riconoscere il bisogno della legge; infatti, la legge rende la vita più facile, più semplice, ci fa sentire a posto, dà certezze e sicurezze sulle scelte da compiere. San Paolo aveva capito bene questa situazione e nelle sue lettere sottolinea più volte che la legge inchioda su sé stessi, mette al centro il proprio io, facendoci diventare protagonisti in prima persona anche nella relazione divina, creando la condizione interiore che ciascuno è ciò che fa, ciò che compie.
Ma questo stile col tempo può trasformarsi in frustrazione. Fare, fare e ancora fare… non serve altro che gonfiare la coscienza di sé stessi (Colossesi 2,23).
Il giovane ricco, ai suggerimenti di Gesù, risponde: “Maestro tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”; dichiara di volerne sapere di più, facendo capire di non essere felice, di mancare di qualcosa, di sentire come un vuoto…, e alla fine, sceglie lo standard, così come accade a molte persone di oggi: faccio tutto ciò che la chiesa insegna, mi impegno, ma non sono felice, non so se mi sia utile.                                                                                             
Anche in un'altra situazione evangelica (Marco 10), i farisei chiedono a Gesù come la pensa sul divorzio, convinti come erano, forti della legge mosaica, che fosse normale e giusto ripudiare la moglie; si trattava semplicemente di valutare quali potevano esserne le cause. Gesù dà una risposta rivoluzionaria: “il divorzio non è lecito per nessun motivo, ricordando che “in principio”, nell’atto creativo della relazione, non fu così. Dio creò l’unione tra l’uomo e la donna perché questa fosse eterna.
La visione della vita di Gesù è di riportare l'uomo e la donna alla santità della prima origine: la sua opera bella è realizzare il progetto del creatore. E aggiunge che il motivo per cui Mosè ha concesso il divorzio è per “la durezza del vostro cuore”. Svela cioè una sclero-cardia, un cuore duro, insensibile, un cuore di pietra che condiziona le scelte. Il problema, dunque non sta nel cambiare le regole del matrimonio o anche di altre questioni esistenziali, ma nel cambiare il cuore, facendolo diventare capace di amare.
Certo può succedere che l’amore nella relazione possa incontrare ostacoli o difficoltà e questo il Signore lo capisce e dobbiamo cercare di uscire dall’inganno di metterci al centro di tutto, senza mai assaporare veramente la gioia della vita. 
Davvero lungo i secoli qualcosa si è spezzato, l'amore che stava all’origine di ogni atto creativo, l’abbiamo spostato alla fine, come un traguardo, un ideale da raggiungere, da conquistare, mentre l'amore è all'origine, generati come siamo da Dio nell’amore e per l’amore.
L’amore non è una cosa da conquistare, ma da rivelare, da manifestare. E’ molto esplicito Gesù quando dice: “se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore”, perché l'amore si vive praticandolo, si possiede manifestandolo. 

Don Riccardo