
Oggi sono di moda i professionisti del pessimismo, del cinismo ironico e disfattista, del pensiero debole e dell'amore a termine. Si cerea di smitizzare anche ogni discorso sulla gioia, perché sembra retorico o infantile o falso. Il mondo sembra, a questi esperti pessimisti, fatto abbastanza male, tanto che si credono in dovere di rivolgere severi rimproveri al Creatore per gli inconvenienti e i malanni presenti nella sua creazione. Il disprezzo della vita e del mondo, il sorriso sotto i baffi verso chi crede di poter affermare un ordine cosmico, la negazione di un senso assoluto…, sono spacciati come atteggiamenti seri, realisti. Coerentemente, ogni discorso sulla gioia è irriso come vano tentativo di consolazione impossibile. Oggi è perfino pericoloso ridere o dire che si è contenti, si rischia sempre di far la figura di essere superficiali, ingenui, poco consapevoli della tragicità dell'esistenza. Una delle parole più abusate è proprio il vocabolo ‘problema’. Gioia non è più una parola forte, letizia è quasi un termine scomparso, contentezza è diventato un vocabolo scialbo. La parola di Dio invece ci aiuta a riscoprire le grandi parole che fanno vivere, come “luce” e “gioia” “speranza”. Indico alcuni esempi ripresi dalle Scritture. La gioia della libertà: al popolo di Israele, ai deportati in Assiria come schiavi dopo la conquista di Samaria nel 722 a.C., alla regione di Giuda divenuta vassallo oppresso dalla grande potenza assira, a tutti gli israeliti…, il profeta Isaia ha il coraggio di annunziare la liberazione (8,23b-9.1-3). Ciò che sembra impossibile e irrealizzabile è promesso come reale, la gioia è vista come miraggio illusorio, è annunziata come dono imminente; “Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia”. Il profeta pensa a un rinnovamento radicale della condizione del popolo. La gioia della conversione. Un’altra indicazione l’abbiamo a partire dall’arresto di Giovanni il Battista e dal momento in cui Gesù si ritira da Nazaret a Cafarnao per portare il suo annuncio alle genti. La presenza di Gesù a Cafarnao è interpretata dall’evangelista Matteo, vedendo in quella cittadina sul lago il luogo simbolico da dove portare l'azione liberatrice del Messia. Non si tratta soltanto di una liberazione politica, ma, di quella recata dall'avvento del regno di Dio. Infatti, Gesù cominciò a predicare dicendo: “Convertitevi, il regno dei cieli è vicino»”, Dio sta per intervenire e far valere la sua illimitata sovranità liberatrice. L'azione del regno di Dio è legata alla persona stessa di Gesù: è lui che inaugura il regno di Dio, con la sua vita, con i suoi gesti e le sue parole. Ma occorre “convertirsi”, ossia uscire da se stessi e aprirsi a un modo nuovo di pensare e di agire. Convertirsi significa cominciare a vedere la realtà a partire da quel che Dio fa, abbandonando il pregiudizio che tutto debba essere considerato a partire dai bisogni e dai desideri dell'uomo. Insomma, la conversione è “cambiare il punto di vista da cui guardare la vita”, mettersi dalla visuale in cui Dio vede e valuta la realtà, anche quella positiva. Dire che “il regno dei cieli è vicino” equivale ad annunciare ciò che a noi sembra irrealizzabile, diventa possibile con Gesù: la bontà, la gioia, la vita per sempre. Gesù, infatti, inaugura il regno di Dio in quanto apre all'uomo che crede in Lui nuove e inedite possibilità di vita. Detto in termini più semplici la chiamata di Gesù è originale, singolare, non banale, ma vera e affascinante.
Un saluto, don Riccardo